Risarcimento Malasanità

L’Eutanasia è un reato?

Parlando di Eutanasia è necessario distinguere due diversi concetti:

  1. Eutanasia attiva: la condotta che consiste nel “commetere un’azione al fine di provocare la morte” da parte di parenti o dal medico che in cura il paziente che si trovi in una situazione di sofferenza insopportabile, normalmente un malato terminale
  2. Eutanasia passiva: la condotta che consiste nell’ “omettere un’azione al fine di provocare la morte” del paziente terminale sofferente. In pratica consiste nell’interruzione del trattamento che tiene in vita il paziente.

In Italia non c’è una disciplina sistematica in tema di eutanasia. In soccorso a tale mancanza accorrono una serie di norme esistenti che vengono “contestualizzate” ed “adattate” al caso specifico.

Spesso si invoca, per esempio, il reato previsto dall’art. 579 del codice penale relativo all’ “omicidio del consenziente” (meno grave dell’omicidio doloso), anche se, spesso, le condizioni di “incoscienza” in cui versa la situazione clinica del paziente, rendono la norma non invocabile.

Va ricordato che il nostro ordinamento sanziona l’istigazione e l’aiuto al suicidio.

Al centro dell’annoso dibattito attorno al tema dell’eutanasia sono finite anche le cosidette cure palliative, caratteristiche di quella che viene chiamata la “terapia del dolore” finalizzata alla riduzione delle sofferenze del paziente.

Dal punto di vista clinico, alcuni ritengono che l’uso di queste cure, diminuisca le resistenze organiche accelerando l’avvicinamento alla morte.

Questo è bastato per ipotizzare una fattispecie delittuosa dolosa e commissiva.

Mancando però una organica disciplina in materia è ormai di uso comune ritenere che in presenza di una corretta informazione del paziente sui rischi della terapia, non è imputabile il medico che abbia prescritto o somministrato farmaci antidolore.

Il concetto di eutanasia passiva è senz’altro quello più discusso e che ha aperto un’ancora irrisolta questione.

Occorre naturalmente, anche qui distinguere tra eutanasia passiva consensuale e eutanasia passiva applicata su pazienti che versano in condizioni di incoscienza.

Quanto alla prima ipotesi, va precisato che il rifiuto consapevole del paziente di un trattamento salvavita deve essere rispettato e non può essere imposto dal medico. Il rischio è l’imputazione per violenza privata.

I casi più frequenti e quelli che hanno accesso in modo più energico il dibattito intorno al concetto di eutanasia sono gli episodi relativi al distacco di macchine o all’interruzione di terapie salvavita di una persona incapace di esprimere la propria volontà.

Premettiamo che in presenza di una condizione di morte cerebrale totale (legge 578/93) il medico deve cessare ogni attività terapeutica sul paziente.

Nel caso sia impossibile verificare con certezza tale situazione nel dubbio si ritiene che si debba pendere per l’ipotesi più positiva, e cioè “per la vita”.

D’altro canto in assenza di questa condizione di morte cerbrale irreversibile il sanitario ha l’obbligo di mantenere in vita il paziente.

La nostra Costituzione riconosce il diritto alla vita e non quello alla morte. Di conseguenza ogni azione preposta all’interruzione delle attività salvavita è penalmente rilevante.

Numerosi sono i casi che hanno tenuto per molte settimane l’attenzione particolare delle prime pagine dei giornali. Fra tutti il caso Forzatti e il più recente caso Englaro.

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