Diagnosi alla Nascita

La diagnosi di una sofferenza fetale acuta può essere differenziata in:

  • Clinica: depressione dell’attività motoria e cardiaca al momento della nascita (usualmente valutata in base al punteggio di Apgar, che quantifica l’attività cardiaca, il colorito della cute ecc), che viene associata talvolta a segni di ipereccitabilità e convulsioni. Lesioni organiche di varia natura, legate all’ipossia e alle alterazioni emodinamiche prodotte da questa (edema cerebrale, emorragie cerebrali, emorragie surrenaliche, entero-colite necrotizzante)
  • Laboratorio: livello di acidemia, quantificabile mediante la determinazione del pH nel sangue dell’arteria ombelicale alla nascita. Un valore inferiore a 7,25 a livello dell’arteria ombelicale corrisponde a -2 deviazioni standard al di sotto della norma, ma soltanto valori inferiori a 7,00 sembrano avere correlazioni con esiti neurologici. Usualmente l’attivazione delle vie anaerobiche comporta in questi casi un eccesso di radicali acidi, misurato comunemente mediante il deficit di basi. Un deficit di basi superiore a 12 mmol/l suggerisce un’ acidemia metabolica e quindi una prolungata ipossia

Prevenzione

Diverse sono le metodologie impiegate per la diagnosi o prevenzione di una sofferenza fetale acuta.

L’unica ampiamente utilizzata in travaglio di parto resta comunque la cardiotocografia, che si basa sul rilievo combinato dell’ attività cardiaca del feto e delle contrazioni uterine.

La correlazione tra andamento della frequenza cardiaca fetale e benessere fetale (inteso come adeguato livello di ossigenazione) è ampiamente documentata.

In una condizione normale l’andamento della frequenza cardiaca fetale è caratterizzato da una frequenza di base che a gravidanza a termine oscilla tra i 110 e i 150 battiti al minuto, entro la quale si possono rilevare oscillazioni periodiche definite “variabili”.

Sono definiti “rassicuranti” sul buon livello di ossigenazione del feto, una spiccata variabilità e la presenza di aumenti transitori della frequenza cardiaca fetale definiti “accelerazioni”.

D’altro canto una variabilità ridotta e transitorie diminuzioni della frequenza cardiaca fetale, definite “decelerazioni”, possono portare a presumere un’ insufficiente ossigenazione del feto.

Si deve comunque dire, che ad oggi, le correlazione tra le variazioni della frequenza cardiaca fetale rilevabili dalla cardiotocografia e la sofferenza ipossico-asfittica del feto non sono del tutto sviscerate e conosciute.

Nel tempo, comunque, si è generalmente accettato che i tracciati normali escludano un’ asfissia fetale con altissima probabilità, mentre tracciati anomali (decelerazioni variabili severe o tardive ripetitive con ridotta variabilità o brachicardia severa protratta) portano a considerare di essere in presenza di un rischio molto elevato di morte o danno neurologico.

Non c’è accordo invece sull’interpretazione delle varianti intermedie (decelerazioni variabili, riduzione della variabilità). Situazioni molto frequenti, tanto, che si ritiene che un tracciato “normale” sia più l’eccezione che la regola.

In casi di evidente anomalia, resta il fatto che l’ estrazione del feto in tempi rapidi rimane un’operazione estremamente laboriosa.

Se il feto non avesse ancora raggiunto la parte medio-bassa dello scavo, il taglio cesareo è raccomandato e il tempo necessario per portarlo a termine è mediamente di 30 minuti anche nelle strutture sanitarie più avanzate.

Se il feto avesse invece raggiunto la parte medio-bassa dello scavo si prediligono usualmente l’uso del forcipe o della ventosa ostetrica, che comunque richiedono dai 10 ai 30 minuti.

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