Risarcimento Malasanità

Metodi Biochimici

L’ossimetria pulsata fetale è una metodologia che permette di valutare la situazione di ossigenazione del feto e quindi di diagnosticare tempestivamente uno stato di ipossiemia fetale.

L’ossimetria pulsata fetale avrebbe il vantaggio, rispetto al prelievo di sangue dallo scalpo fetale, di interagire con il monitoraggio elettronico fetale in modo ininterrotto.

Ci sono determinate condizioni per garantire l’efficacia dell’ossimetria pulsata fetale e sono:

  • pervietà (facile accesso) della cervice uterina
  • parte presentata alla stazione -2 o sotto
  • avvenuta rottura delle membrane

Un sensore di ossigeno fetale, lungo 32 cm, flessibile viene inserito per via transcervicale fino a  che aderisca alla tempia o alla guancia del feto.

Nella faccia interna del sensore sono contenuti tre elettrodi a contatto, due sorgenti di luce che in modo alternato emettono segnali di luce rossa e infrarossa e un fotorilevatore. Il sensore è collegato ad un monitor che elabora i segnali.

L’ossimetria pulsata fetale consente un’informazione continua delle condizioni fetali ma presenta alcuni svantaggi:

  • invasività
  • difficoltà tecniche (mancanza di segnali se il sensore non aderisce bene alla testa fetale)

Sono stati indicati alcuni limiti di saturazione fetale di ossigeno utili ad identificare la situazione:

  • normale se maggiore o uguale al 30%
  • allarme se entro il 30-20%
  • presumibili disturbi di ossigenazione di grado lieve-medio se entro il 20-10%
  • probabili importanti disturbi di ossigenazione se minore del 10%

Il rilievo dell’ossimetria pulsata fetale, quindi, generalizzando, se presenta una saturazione fetale di ossigeno minore al 30% indica verosimilmente che il feto versa in una situazione di ipossia.

Alcuni studiosi consigliano di valutare non soltanto il valore assoluto ma anche la durata dell’eventuale insulto ipossico.

Uno studio clinico ha dimostrato che l’associazione monitoraggio elettronico fetale con l’ossimetria pulsata fetale potrebbe essere capace di ridurre il 50% dei tagli cesarei in presenza di un tracciato cardiotocografico non rassicurante.

Oggigiorno, l’ossimetria pulsata fetale, però, non è un metodo raccomandato nel monitoraggio abituale del benessere fetale intrapartum.

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